La scultura della carne

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……”La chiesa non poteva non costituire, in quel tempo ed in quel contesto sociale e culturale, lo spazio unico per il “debutto in società” .

I suoi riti, le sue cerimonie, i suoi tempi dettati dalla fede ma soprattutto dalla consuetudine familiare, erano obbligatori e  finivano per caratterizzare e condizionare, nel bene e nel male, tutta la vita a cominciare dall’infanzia.

Si iniziava con il “servire” la messa, si porgeva il vino o si  suonava la campanella  durante l’offertorio, si teneva il piattino al momento della comunione, il tutto con la “cotta” bianca e la tunica nera.

Iniziando le scuole medie il chierichetto diventava lettore e guida dei fedeli nel rispondere alle invocazioni sacerdotali, prima in un incerto latino e, dopo la riforma, in un impeccabile italiano mentre i più intonati curavano i canti delle celebrazioni.

Un coinvolgimento non sempre disinteressato ma comunque inevitabile oltre che per mancanza di alternative,  perché imposto con tutta la forza dalla stessa famiglia, o da un certo tipo di famiglia, per il rilascio della patente di “bravo ragazzo”.

In questo modo essa  cercava  anche  di superare i propri limiti culturali ed umani, attraverso una banale “sistemazione” della prole nel segno del  rispetto, della accettazione dei valori, delle tradizioni religiose e sociali, con ripercussioni non secondarie grazie al forte senso di appartenenza politica di queste scelte.

L’essere parte e partecipe di quel mondo offriva poi la possibilità  di vivere e vedere da vicino il sacerdote, una figura che l’ignoranza, e la soggezione ad essa dovuta,  disegnavano sempre, in gran parte delle famiglie, con un certo alone di mistero  e di superiorità.

Così incontravi l’appassionato di latino e greco, più attento alla sostanza che alla forma, con i suoi apprezzati dolcetti pasquali e natalizi; il grande divulgatore e organizzatore quasi instancabile, dai punti assegnati per ogni messa servita  alle gite a San Marino, senza parole però davanti a presepi volutamente provocatori, ma sempre premiati nei concorsi, e alle magliette del “Che” addosso ai chierichetti sull’altare o con un eccessivo risentimento per delle spalle girate  in un coro galeotto.

Oppure il giovane sacerdote che cercava di avvicinare i giovani alla musica suonando il piccolo organo sul soppalco della chiesa (ora demolito);  il fugace troppo confidente e l’intellettuale che, finita la messa, intuendo dallo sguardo l’effetto della musica della piccola giostra sulla fantasia di un bambino ti regalava qualche lira per  un paio di giri. 

Poi l’ultimo che, strada facendo, si è scordato che “l’ama il prossimo tuo come te stesso” insegnato ai bambini per i grandi si concretizza nell’utopia della pace”.

In questo ambiente si poteva cominciare a scoprire anche il fascino della trasgressione, come mangiare le ostie, il gusto del silenzio e della solitudine, assaporato nei pomeriggi domenicali passati nella stanzetta sopra al cortile, dietro i vetri della finestra, a vedere le partite di pallone, lo spirito dell’avventura nelle spericolate salite in cima al campanile attraverso le fatiscenti scale interne ma soprattutto nelle   discese nelle grotte sottostanti il pavimento  della chiesa.

“In occasione della ristrutturazione della chiesa occorreva verificare la presenza di ossa umane nel sottosuolo  ed allora  aperta  una botola al centro del pavimento si  fece luce su una serie impressionante di ossa umane accatastate e qualche scheletro, in ottimo stato di conservazione.

“L’umidità ed il particolare tanfo e quei mucchi di lucidi teschi avrebbero consigliato una brevissima permanenza ma l’unicità della situazione   e la sua natura adulta, oltre alla tranquillità e alle battute  del becchino, a suo agio in quel contesto,   ci trattennero là sotto,  sino alla fine”.

“Incancellabili anche  i ricordi delle tiepide serate del mese di maggio, quando al termine della funzione ci si fermava a scivolare lungo le lastre di marmo collocate a fianco delle scale  e poi, accompagnati  dal profumo di fieno essiccato che saliva dai campi dove cominciavano a brillare le prime lucciole, si tornava a casa…… e qui magari scoprivi di avere un impegno con la  Confraternita”.

Questa è un’associazione “di laici finalizzata alla elevazione spirituale degli iscritti mediante pratiche di carità, di pietà e di culto” e tra queste la partecipazione ai funerali.

“Spesso il lavoro degli adulti costringeva noi ragazzini, in queste occasioni, a prendere il loro posto con l’onere di indossare la “divisa”  della confraternita, una tunica lunga sino ai piedi con sopra una mantellina colorata e così vestiti “aprire” il corteo funebre,  ……  una  gelata in piena primavera”.

 

P.S.

La consapevolezza “matura” di aver poi trascorso, vissuto i migliori anni della propria vita all’ombra di un campanile tra le varie considerazioni che suggerisce ne evidenzia una in particolare. Fasi storiche del nostro paese come l’introduzione della legislazione sul divorzio, sull’aborto, i relativi referendum, il sequestro Moro ed un paio di tornate elettorali coincisero con la presenza di un gruppo di giovani, nelle varie parrocchie, che per scolarizzazione, attitudini e generosità avevano il diritto di ricevere un’opportunità di in-formazione più corretta, ampia, meno strumentale e potevano assicurare, ognuno con i propri carismi, un buon livello di assunzione di responsabilità e di autodeterminazione, patrimonio, capitale umano quasi completamente dissipato.

“Ragazzi vi prometto davanti a Dio che questa scuola la faccio soltanto per darvi l’istruzione e che vi dirò sempre la verità di ogni cosa, sia che faccia comodo alla mia ditta sia che le faccia disonore”.

La storia di ognuno poi ha fatto il suo corso più o meno soddisfacente ma chi, stando a contatto  con il mondo giovanile non divulga e  non rende partecipe della propria cultura il suo prossimo, a prescindere dalla maggiore o minore evangelizzazione ottenuta,  con molta difficoltà lo si può definire giusto e fedele testimone del messaggio cristiano.

 

San Girolamo

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