Onelio Roccetti

L'OSPEDALE DI TREJA NELLA SECONDA META' DEL XVIII SECOLO


Con questo lavoro intendiamo sviluppare tre aspetti dell'attività assistenziale della confraternita di Santa Maria Maggiore, che ha sempre amministrato anche e principalmente lo stabilimento ospedaliero di Treja. Innanzi tutto l'attività assistenziale, poi l'attività ospedaliera vera e propria e infine le risorse economiche.

Prima di affrontare i suddetti punti, riteniamo necessario ricordare l'origine di questa istituzione e la composizione del consiglio di amministrazione.

La confraternita di S. Maria Maggiore è un sodalizio di Montecchio (1) antico di sette secoli, come vedremo, e probabilmente anche l'attività dell'ospedale inizia nello stesso periodo. In Montecchio, nel XIII e XIV secolo, c'erano molte confraternite o pii sodalizi che operavano a favore dei poveri, dei pellegrini, degli esposti e degli ammalati, ma l'unica che ha resistito attraverso i secoli ed è riuscita a conservare intatti i suoi statuti e le sue finalità, è la confraternita di S. Maria Maggiore (2).

Inizialmente tale confraternita, secondo il Meloni, prende il nome di S. Maria di Loreto (3), poiché la crescente devozione dei Montecchiesi verso la Madonna Lauretana li spinge ad eleggerla protettrice del paese e della confraternita. Solo più tardi cambia in S. Maria Maggiore per distinguersi da un altro sodalizio locale detto di S. Maria Minore (4). Tre documenti medievali, del 1364, del 1389 e del 1567, custoditi nell'Accademia Georgica di Treja, testimoniano l'antica origine della confraternita e quindi dell'ospedale che essa gestiva. Il primo che reca l'epigrafe Statuti Capitoli et Ordinamenti Sodalitium Sanctae Mariae Maioris de Monticolo, è datato 8 gennaio 1364 ed è approvato dal cardinale vicario generale per la Marca di Ancona del papa Urbano V (5). In questo documento sono riportati gli Statuti, i Capitoli e gli Ordinamenti degli iscritti alla confraternita di S. Maria Maggiore di Monticolo, redatti dagli stessi iscritti e trascritti nel presente libro per ordine del provvido e discreto uomo Cecco Adiuzio, Priore di detta confraternita" (6).

A dire il vero, qui ancora non si parla dell'ospedale e delle altre isituzioni benefiche di cui il sodalizio si occupava, ma solo dei rapporti all'interno di esso.

Tuttavia, a distanza di appena 25 anni, il 24 giugno 1389, viene redatta una appendice allo statuto di grande importanza, perchè testimonia l'esistenza dell'ospedale sicuramente già operante, quindi, nel 1389 e forse fin dal 1364 stesso. In questo documento si legge testualmente: I Priori e gli altri Superiori stabilirono, ordinarono e vollero che i Priori della detta confraternita ora in carica e quelli che in seguito saranno eletti per l'utilità e la conservazione dei beni e delle cose della detta confraternita, affinchè non vengano dissipati gli stessi o amministrati in cattivo modo, siano tenuti ad andare ogni anno, almeno due volte, con vincolo di giuramento e sotto pena di cento soldi, a visitare e a controllare l'ospedale di detta confraternita e provvedere di lenzuola i letti e le altre cose e tutte le masserizie esistenti nel detto ospedale [...]" (7).

Esiste infine, un terzo documento che conferma l'antica origine della confraternita e dell'ospedale. Si tratta di un Breve emanato dal papa Pio V, il giorno 23 ottobre 1567, con l'intento di confermare gli statuti e le finalità della confraternita: con la forza di perpetua ed inviolabile stablità (8). Un passo significativo del documento si riferisce proprio all'origine del Sodalizio montecchiese: [...] et deinde cum dicta confraternitas jam a trecentis annis citra erecta et fundata esset [...]. Pertanto, dal suddetto documento, si evince che detta confraternita già operava da circa trecento anni dalla data del Breve e cioè intorno alla fine del XIII secolo.

L'antichità di questa istituzione è anche dimostrata e utilizzata da Fortunato Benigni, Confaloniere e Podestà di Treja, per protestare contro il dispaccio del 29 luglio 1814, emanato dal tenente generale Carascosa, comandante in capo l'armata e i dipartimenti del Governo Provvisorio. Tale dispaccio, trasmesso dal Prefetto al Comune di Treja, ordinava ai comuni di 1° e 2° categoria ed alle relative congregazioni di carità (subentrate alle confraternite), di inviare gli esposti, già ospitati nei diversi ospedali del luogo o in stabilimenti appositi, presso l'ospedale Santa Lucia di Recanati (9). Il Benigni, nella riunione della congregazione, appositamente convocata in data 22.10.1814, sostiene che tre erano le ragioni che imponevano la sospensione del dispaccio: l'antichità e l'utilità dell'ospedale di Treja; l'inesistenza di validi motivi per smembrare l'ospedale togliendogli l'assistenza agli esposti; infine motivi economici e politici (10).

Dice il Benigni: "In ordine all'antichità, niuno ignora in patria, che l'ospedale di Treja conta dalla sua fondazione fino ad oggi un'età di 577 anni per essere stato eretto fin dal 1267, come ne fa indebitata testimonianza il Breve di conferma degli statuti emanato da papa Pio V li 23 ottobre 1567, epoca così remota e luminosa che né Recanati, né altra città dei Piceni o Dipartimenti, può vantare fosse la simile [...]" (11).

La confraternita, in origine, viene fondata e gestita da laici; successivamente entrano a farne parte anche alcuni ecclesiastici. Per il periodo che ci interessa vengono ammessi: nel 1772, l'arciprete Liborio Santalucia, poi priore nel 1778; nel 1776, l'arciprete Giuseppe Angelini; nel 1790, l'arciprete canonico Santamariabella Bosci (12). Non si conosce il numero preciso dei componenti la confraternita, ma se un richiamo di Pio VI ebbe un effetto essi avrebbero dovuto essere parecchi. Infatti, quando nel 1567 il papa approva definitivamente lo statuto e le finalità del sodalizio, sollecita lo stesso a nominare altri confratelli. Al riguardo nel Breve si legge: "[...] e poichè abbiamo saputo che il numero dei confratelli della confraternita non arriva a 30, benchè moltissimi uomini di detta terra desiderino entrare a far parte di essa; poichè i confratelli già iscritti non vogliono ammetterne altri, forse con l'intenzione che, essendo pochi di numero, si sarebbero distribuiti maggiori e più numerosi guadagni, Noi ordiniamo che da ora in avanti, per sempre, il venerabile Fratello Vescovo pro tempore di Camerino, possa ammettere più confratelli della detta confraternita, anche contro la volontà degli attuali iscritti [...]" (13).

Due secoli più tardi, come si legge nella adunanza del 20 luglio 1790, il numero dei componemti si riduce nuovamente a non più di 9. Allora la confraternita, sicuramente memore della volontà di papa Pio V, decide di eleggere nuovi confratelli. Risultano eletti i nobili: Filippo Rainaldi, Agostino Gezzi, Liborio Tomassetti, Filippo Teloni, Giuseppe Didimi, Filippo Broglio, Francesco Dionisi, Amato Barbarossa e l'arciprete canonico Santamariabella Bosci (14). Dalla lettura dei verbali delle sedute si arguisce che le votazioni avvengono secondo un regolamento in vigore: si distribuisce ai votanti una scheda ciascuno, su cui si appone un solo nominativo. Con tale sistema vengono eletti annualmente i tre priori, il camerlengo (o camerario), il segretario, il cappellano, l'ospedaliere (custode infermiere) o altri deputati che devono assumersi il compito di seguire personalmente determinate iniziative decise nelle adunan­ze. Esse sono presiedute dai priori con la presenza saltuaria dell'arcivescovo di Camerino, con l'assistenza continua del vicario foraneo di Treja e del segretario.

Nella Seduta del 12 maggio 1772, l'arcivescovo di Camerino propone di modificare il sistema di votazione, soltanto però, per l'elezione dei priori. Nel "bossolo", i confratelli depositano una scheda ciascuno con quattro nominativi; risultano eletti i primi tre che hanno ottenuto più voti (15).

Per quanto riguarda le finalità assistenziali del­l'ospedale, esse sono le stesse ricordate da papa Pio V nel suo Breve di conferma del sodalizio: ricevere e alimentare tutti i bambini esposti di ambedue i sessi; accogliere e curare tutti i poveri infermi; somministrare i medicinali gratuitamente ai poveri; albergare i poveri pellegrini; dotare le oneste zitelle povere (16).

Nella seconda metà del Settecento, per quanto concer­ne l'assistenza agli esposti, c'è da dire che questi sono molti, tanto che in quasi tutte le città, oltre che negli ospedali, vengono ospitati anche in appositi istituti. A Montecchio gli esposti sono ricevuti in ospedale. Esistono alcuni registri dove sono elencati gli esposti e le balie, a cui venivano affidati o per allattamento o per l'educazione e per l'avviamento ad un mestiere, fino a 7 anni i maschi e fino a 10 anni le femmine. Alla fine del baliatico gli esposti, se non erano già stati adottati, ritornavano in ospedale il quale provvedeva subito ad affidarli a delle persone definite "particolari" per imparare un mestiere. Molti venivano affidati all'agri­col­tura, altri alle filande (17). Nel registro delle uscite si può constatare che nell'anno finanziario che andava dal primo luglio 1759 al 30 giugno 1760, risultano in servizio e regolarmente pagate, in media, 10 balie al mese (18). Nelle ultime pagine dello stesso registro, sono annotati i bambini che vengono consegnati all'ospedale. Ne citiamo un esempio: In data 5.3.54, Giacinto Brachetta portò un esposto in questo nostro ospedale e disse di essere stato lasciato nella notte passata nella porta della casa di Francesca Girolamo, sua suocera; nello stesso giorno fu battezzato nella chiesa della Collegiata con il nome di Fabrizio e fu nello stesso giorno dato e consegnato alla sig.ra Maria, moglie di Giacinto Brachetta, la quale prov­vide e si obbligò di tenerlo in qualità di balia secondo il solito" (19).

La provvigione per le balie e di 60 baiocchi al mese, pagata mensilmente nel periodo 1744 - 1769, come risulta dal libro delle uscite sopra citato (20); mentre in un successivo periodo, come viene annotato in un altro libro delle uscite (21), viene pagata a volte mensilmente, altre volte annualmente con i soliti 60 baiocchi e l'aggiunta di un pò di olio, due boccali, una foglietta o il solito mezzo litro. Un prezioso documento ci riferisce dello stato degli esposti e dell'ospedale nel periodo tra fine Settecento e inizio Ottocento. Si tratta di un questionario del 1809 contenente quesiti posti dalle autorità superiori all'amministrazione dell'ospedale sullo stato delle strutture e dei servizi da essa gestiti (22). Nel documento emergono notizie di notevole interesse. Per quanto riguarda gli esposti, risulta che a Montecchio, in quegli anni, non vi erano altri luoghi in cui era possibi­le accoglierli al di fuori dell'ospedale di S. Maria Mag­giore, il quale provvedeva anche alle spese necessarie. Non meno interessante è la notizia che riferisce che solitamente gli esposti venivano accolti attraverso la ruota dei "trovatelli" (23), ma anche su presentazione di persone "oneste e conosciute".

Inoltre nel documento si dice testualmente: "Le nutrici provvedono al loro allattamento".

- Le balie non si fermano presso l'ospedale ma nelle proprie case. Quelle che allattano percepiscono £ 4,71 al mese; quelle dal 2 anno di baliatico £ 3,66 al mese; tutte le altre che hanno compiuto il baliatico £ 3,14 al mese. Per tutto l'anno la spesa generale è di £ 1516,98 cent. circa.

- Le balie per lo più si traggono dall'interno della campagna e qualcuna anche dall'interno della comune.

- Non ci sono puerpere vergognose.

- Non essendo le balie trattate in ospedale si cercano donne o famiglie sane per l'affidamento - Gli esposti si affidano a donne conosciute e con il consenso dell'Ammini­stratore dell'ospedale.

- Fino ad ora le balie sono bastate.

- Si contano circa 9 esposti all'anno.

- Non vi è alcuna provvidenza per gli esposti che abbiano compiuto 7 anni, i maschi, e 10 anni, le femmine, perché vengono quasi tutti adottati.

- La casa degli esposti, cioè l'ospedale, non riceve alcuna oblazione".

Alla fine, il questionario chiede l'origine e la storia dell'ospedale; l'esistenza di un eventuale stabili­mento per esposti; l'elenco degli impieghi e degli impie­gati con i relativi salari. Nelle risposte a questi quesiti, relativamente alla storia e all'origine dell'o­spedale è presente un compendio di quanto già detto precedentemente, mentre sugli impieghi e i relativi impiegati ci soffermeremo più avanti.

Sempre riguardo agli esposti nel 1772 la confrater­nita propone al papa Clemente XIV un "Piano" per sistemare in modo migliore l'assistenza agli stessi. Riteniamo interessante riportare una parte del testo: "I maschi esposti, che non fossero stati adottati, potrebbero stabilirsi nelle camere inferiori (dell'ospedale) qualora non fosse possibile reperire altro ricovero. Potrebbero essere ritirati e tenuti fino agli anni 15 sotto la custodia di un guardiano, sotto la direzione di un sacerdote e di due confratelli da deputarsi a tale effetto perchè vigilassero che ognuno apprendesse quell'arte alla quale più si sentisse inclinato. Mentre le femmine, finchè non fosse arrivato un conveniente momento di accasarsi, dovrebbero restare sotto l'educazione di una maestra pia da chiamarsi e depositare ogni anno 10 o 15 scudi per la dote delle stesse. Poichè con questo nuovo sistema le spese per l'ospedale aumenterebbero e le finanze della confraternita non potrebbero sopportarle, si propone di unire alle entrate della confraternita quelle di altre Compagnie di questo luogo e se necessario anche con la totale soppressione, eccetto quelle del SS. Rosario e dei Disciplinati. Per quelle soppresse si potrebbero lasciare i fratelli per l'acquisto delle indulgenze e per vestire di cappa o di sacco nelle processioni dove fosse obbligatoria la presenza della confraternita di S. Maria Maggiore e dar loro qualche elemosina. Infine dotare sia l'ospedale sia i conservatori, di nuove regole da osservarsi inviolabilmente in tutti i tempi futuri" (24). Il progetto fu spedito al papa e al cardinale protettore Negrone il quale in tre lettere, datate 10 giugno 1772, 26 giugno 1772 e 6 luglio 1774, comunica di aver interessato personalmente il pontefice al quale ha caldamente raccomandato l'affare (25). Non risulta nei documenti successivi quale fine abbia fatto la proposta dopo il 1774. Nel 1860, però, quando tutti gli enti di beneficenza passano alla Congregazione di Carità, risultano in funzione le seguenti Istituzioni: l'ospedale S. Maria Maggiore, l'orfanatrofio femminile, l'orfanatrofio maschi­le, la casa di riposo per vecchi cronici di ambo i sessi e la concessione di vitto a vecchi poveri (26).

Per parlare dell'attività ospedaliera vera e proria nella seconda metà del Settecento, è bene far riferimento allo stesso questionario già citato, perchè ci fornisce informazioni interessanti relative all' ultimo decennio del XVIII secolo. Per questo riteniamo opportuno trascri­vere testualmente da tale documento alcune delle risposte date ai quesiti posti:

"(l'ospedale è situato) nel comune di Treia"

- (è denominato) S. Maria Maggiore

- Al presente (è amministrato) dalla Congregazione della Carità. In passato era amministrato promiscuamente da ecclesiastici e laici di nota probità, i quali venivano nominati da Mons. Vescovo di Camerino o eletti dagli altri deputati. Nessuno per titolo padronale o somigliante diritto.

- I suddetti amministratori erano perpetui. Essi elegge­vano un Cappellano, un Camerlengo (amministratore), un Segretario e l'Ospedaliere per un anno, passato il quale o restavano confermati o si veniva a nuova elezione [...]".

Nello stesso questionario è inserita una tabella riguardante il bilancio del 1809:

Rendita annua totale £. 4.160,65,9.

- prodotti di fondi £. 2.950,94,8;

- affitti di case £. 52,40;

- ricavo da capitali attivi £. 9,43,2;

- livelli attivi £. 1.147,89,9;

Deduzioni: totale £. 3.274,68,9.

- gravezze £. 2.168,99,7;

- riparazioni di edifici £. 84,79,2;

- spese di amministrazione £. 400,38,8;

- salari £. 622,51,1;

Le risposte al questionario continuano con il seguente tenore: "Porzioni di terreni sono affittati ed altra maggiore porzione si coltiva per economia, attesa la vertenza sull'affito dei medesimi non ancora definita"

- La spesa per il mantenimento degli ammalati ascende verosimilmente in ogni anno a £. 1.134,84.

- Benchè il numero di letti non sia determinato, pure non soglionsi ricevere più di 12 infermi per ragione che più di 12 letti non si sono mai tenuti e perchè l'esperienza ha fatto conoscere che un anno per l'altro maggior numero non ve ne sono, eccettuato qualche caso straordinario di epidemie o disaffezione diaria.

- Al giorno 12 ammalati.

- Tutte la malattie, eccettuate l'etisia, la pazzia e i mali venerei.

- Vi sono anche letti per cronici ed inabili e sono circa quattro all'anno.

- Si prescelgono quegli infermi che sono i più poveri, dietro la testiminianza dei Parrochi o chi non ha famiglia o chi possa ospitarli e soccorrerli.

- Si accettano quelli che si presentano con gli attestati dei madici e chirurghi provanti la loro malattia e dei Parrochi rispettivi provanti la loro miserabilità.

- La cura medica, chirurgica è ordinata dai rispettivi professori. I due medici e i due chirurghi del comune sono obbligati a curare gli infermi a secondo della loro malattia.

Alli medesimi l'ospedale non è obbligato a passare alcun trattamento perchè sono pagati dal comune all'atto della loro elezione.

- Non vi è alcun piano scritto per il governo economico, si passa equamente ad ogni infermo la somma di centesimi 26 al giorno, con i quali si somministra ai medesimi il vitto necessario

- Non vi sono scuole cliniche

- Non appartiene all'ospedale la nomina dei medici.

- Non vi sono allievi in servizio o fuori servizio

- Non vi è lo speciale oculista.

- Non c'è una istituzione per la cura dei malati sifilitici

- L'ospedale non ha camere né fondi speciali per la cura dei pazzi.

- Vi è annesso lo stabilimento per gli esposti come si è detto nella tabella di essi.

- L'ospedale fornisce con comando dei medici i medicinali gratis agli ammalati indigenti del comune compresi anche quelli di due comunità religiose e ai mendicanti. La spesa di essi può ascendere ogni anno a £. 262.

- L'ospedale è obbligato alloggiare i poveri pellegrini che sono di transito, di somministrare elemosine libere ai più miserabili del comune benchè non infermi e di ricoverare qualche povero invalido e tale spesa sole ascendere in ogni anno all'incirca a £. 330,12.

- Attualmente nella casa non vi è speziaria.

- Due sono le sale nell'ospedale: una per gli uomini e una per le donne. Dette sale restano divise da un altare dove si celebrano le messe in tutte le feste per comodo degli infermi dell'uno e dell'altro sesso. Oltre alle medesime vi sono alcune camere nel piano inferiore che servono per gli invalidi. Tutti i vani suddetti sono sufficientemente vasti, ma non suscettibili di ulteriore ampliazione. Sono poco ventilati, segnatamente quelli del piano inferiore e sono sufficientemente salubri" (27).

Il questionario, come si è già detto, richiede anche una valutazione sulla situazione economica e l'elenco degli impiegati con i rispettivi salari. In merito all'ultima richiesta è attestato che risultano in servizio:

1. Il cappellano D. Giovanni Bonomi che celebra la messa nell'ospedale tutti i giorni festivi e assiste spiritual- mente gli infermi con un salario annuo di £. 125,76"

2. L'amministratore dei beni dei pii stabilimenti con £. 157,20

3. Il segretario della congregazione che fa anche l'ufficio di computisteria con £. 209,60

4. Il custode dell'ospedale che fa l'ufficio di infermiere con £. 129,95,2".

Relativamente ai posti letto, di cui poteva disporre l'ospedale, esistono due inventari redatti per il passaggio delle consegne tra il precedente "ospedaliere" e il nuovo eletto. Il primo dice: "In data 30 ottobre 1753 Giuseppe P. consegna a Francesco Triboletti, nuovo ospedaliero, per ordine dei Sigg. Giuseppe Santamariabella, Giuseppe Santamariabella Bosci e Giulio Cesare Sala, priori, il seguente materiale: ventitré lenzuoli di panno grosso, di cui sei assai usati, un guanciale riempito di paglia e panno assai usato, due pannicelli usati ed in parte rappezzati di panno ordinario, dodici cialoni in luogo delle coperte in maggioranza usati, dodici letti con trespoli e tavole, un catino grande usato di peso libbre dodici ed once sei, un altro catino più piccolo di peso libbre tre ed once nove, un gonfietto di stagno usato, una lampadina di stagno o già di latta per la lampada della chiesa, due candelieri piccoli di legno usati, due capofuochi di ferro usati di peso ventidue libbre, una catena da fuoco piccola e usata, una catenella tonda di ferro col suo uncino di ferro di peso libbre due e mezzo per aprire le sepolture grandi quando si seppelliscono i morti, una bara da portare i morti assai usata con le cordicelle, due guanciali di saja nera foderata di dentro di panno grosso bianco, una coperta di color nero per coprire la bara, una cassa di legno di abete assai usata, un'altra cassa parimenti di abete assai usata con serratura e chiave, due chiavi maschie unite insieme per servizio delle porte della chiesa, due chiavi parimenti maschie per la porta dell'ospedale, altre dieci chiavi per tutte le porte delle stanze dell'ospedale e della stalla, una campanella di ottone usata che si deve appendere nella porta dell'ospedale o nella ruota, acciò possi suonarsi in tempo che si portano occultamente gli esposti, due vascelli di creta per tenere oglio di trenta fogliette l'uno incirca, vari piatti, pignatte, tegami ecc, dodici pagliacci da letti pieni di paglia quasi tutti usati, una secchia grande assai usata che perde acqua, una ruota di legno assai usata dove si depositano gli esposti». In calce si dichiara che viene consegnata al nuovo ospedaliere una secchia nuova da due barili circa e un setaccio fino nuovo.

Il secondo inventario, del 12.10.1765, elenca il materiale consegnato da Giuseppe Triboletti a Giuseppe Pampanini, nuovo ospedaliere, presenti i priori Giuseppe Castellani, Liborio Santalucia e Bartolomeo Napolioni: "dieci lenzuoli quasi nuovi, cinque lenzuoli ridotti a qualche poco uso, pannicelli vari di panno bono, dieci cialoni usati, letti numero otto composti da otto pagliericci tavole numero ventiquattro, trespici numero diciotto e uno rotto, un caldaio grande di rame di peso dodici libbre e mezzo, un caldaio di rame di peso libbre sette e mezzo, due candelieri di legno, una padella di rame, un gonfietto di stagno, un paio di capofuochi di ferro, una catena da fuoco di ferro, un guanciale lungo da letto e un altro corto impagliato, una cassa di abete con serratura, uno strumento di legno ad uso di cassetto con campanella d'ottone, due guanciali e una coperta di saja nera per la bara, due vascelli logori di creta da oglio, due chiavi della porta dell'ospedale, altre due chiavi per la porta della chiesa, altre chiavi in ogni porta, un copribanco tutto logoro, una bara con candelieri di ferro, due brocchi, una cannella di ottone esistente e murata nel pozzo, una secchia grande usata, due tavole per mangiare compresi i piedi" (29). Da notare l'assenza, negli inventari, di strumenti medici e chirurgici.

Circa la presenza dei medici condotti nel comune di Montecchio, nel periodo preso in esame, dai documenti risulta che solitamente erano in servizio due chirurghi e due medici di cui però non è ben chiaro se avessero l'obbligo di prestare servizio anche in ospedale (30). Tuttavia, oltre alla testimonianza del questionario, nel libro delle adunanze dell'anno 1776 in data 21 novembre, si legge che la confraternita tratta l'istanza del medico condotto Dott. Torresi in servizio presso l'ospedale, diretta ad ottenere quattro coppe di grano e scudi tre autorizzatigli nell'anno precedente dal camerlengo Rainaldi (31). Ciò dimostra che in ospedale operavano i medici del comune e che, contrariamente a quanto si dice in un altro punto del questionario, l'ospedale contribuiva in qualche modo al sostentamento dei medici del comune (32).

Per quanto riguarda la sede ospedaliera, non abbiamo documenti antichi che ne testimoniano la costruzione e l'ubicazione. Tuttavia da rilievi urbanistici posteriori sappiamo che fin dall'origine si trovava in luogo centrale lungo la via principale di Montecchio dove ora c'è il circolo cittadino. Dai documenti risulta anche che nello stesso fabbricato c'erano la casa della confraternita, la chiesa della Compagnia, la spezieria e i locali del Monte di Pietà. Un passo del libro delle adunanze, nella runione del 3 settembre 1776, riferisce che: è necessario dare un sesto alla nostra casa, compresa la cisterna, unita alla chiesa della nostra Compagnia, all'ospedale e alla spezieria, come fu proposto nell'adunanza del 12.7.1776 (33). Infatti in tale seduta si costatava che: il pozzo perde acqua e danneggia i muri dell'ospedale per cui è necessario chiamare un perito di acqua per porvi rimedio (34). Si dice inoltre che per trattare il lavoro vengono nominati i deputati Francesco Giuliani e Marino Rainaldi. La spesa prevista è di 510 scudi e 73 baiocchi; mentre l'offerta del muratore, in ribasso, è di 410 scudi. Dallo stesso documento risulta che nella seduta del 9 settembre 1793 l'amministrazione propone la costruzione di un nuovo ospedale. La delibera assunta riporta quanto segue: "Trovandosi sicuramente il nostro ospedale in positiva necessità di essere riedificato in via più salubre che giovi meglio alla salute non meno degli infermi che degli addetti alla loro custodia eleggensi due deputati che coll'assunzione di un uomo perito facessero un piano e quindi riferirlo in una nuova adunanza" (35).

Vengono eletti Gregorio Broglio e Agostino Gezzi. Gli stessi, nella seduta del 25 giugno 1794 riferiscono e chiedono di essere autorizzati a far redigere il progetto del nuovo ospedale. Nella stessa adunanza si decide anche di ristrutturare l'attuale non solo negli interni, ma soprattutto nella facciata (36), secondo il disegno dell'architetto Carlo Rusca. In una successiva riunione del 27 novembre 1795 viene affidato il lavoro al Sig. Luigi Fontana architetto deliberatario di Monte Milone per la somma di scudi 535 (37). I lavori iniziano nel settembre 1796 e terminano nel 1801 (38). Il 7 luglio 1801 la confraternita nomina un perito nella persona di Patrizio Di Mattia, per controllare se i lavori erano stati eseguiti a regola d'arte dal Sig. Luigi Fontana su disegno di Carlo Rusca (39). Il 29 maggio 1802, infine, l'architetto Rusca ispeziona il lavoro in pietra eseguito dallo scalpellino Vincenzo Palombi sulla facciata, e nota che mancano ancora alcuni pezzi di pietra per una finestra, per gli stipiti a bugne dei portoni e per l'ornato della Madonna (40). Dalle perizie e dalle descrizioni di Patrizio Di Mattia, per gli interni e di Carlo Rusca, per la facciata, riusciamo a determinare che il fabbricato è quello dove attualmente c'è il circolo cittadino in Corso Italia.

Da notare, infine, che nella seduta del 27 novembre 1795 si stabilisce di sgombrare i locali adibiti a Monte di Pietà e alla farmacia per far posto agli ammalati durante i lavori di ristrutturazione. Ciò dimostra che nello stesso edificio, oltre alla sede della compagnia, dell'ospedale, della chiesa e della spezieria, c'erano anche i locali del Monte di Pietà (41). Sulla facciata, come è già stato rilevato, è ancora ben visibile la scritta Presidium Pauperum che chiaramente vuole indicare le finalità assistenziali della confraternita, tutte rivolte alla tutela dei poveri nelle più svariate esigenze (42). Ci sono inoltre diversi ovali due dei quali raffiguranti uno la Madonna di Loreto e uno il volto di Cristo Salvatore. Il primo è l'espressione della grande devozione dei Treiesi verso la Vergine Lauretana, come già detto all'inizio, il secondo potrebbe alludere all'importanza della fede in Cristo Salvatore ritenuta vera medicina, efficace per la cura sia del corpo che dell'anima (43).

Sotto l'ovale della Madonna si trova una interessante iscrizione in cui si legge: APOTHECÆ ISTÆ CUM MANSIONIBUS ADNEXIS NON GAUDENT IMMUNITATE (44). Oltre al senso letterale "questi luoghi con gli ospiti annessi non godono l'immunità", l'iscrizione potrebbe essere stata posta come monito agli utenti di quelle strutture (ospedale, chiesa, monte di pietà) affinché sapessero che la preminenza della Chiesa non può garantire loro la consueta protezione concessa nel "recinto" in cui essa esercitava pieno potere su ogni autorità civile. Capitava spesso, infatti, che negli ospedali si andassero a rifugiare malviventi con l'intenzione di sfuggire alla legge.

Si può osservare, ancora, un terzo ovale contenente un'iscrizione che ricorda due papi: Clemente XIV e Pio VI, che concessero alla comunità treiese, ed in particolare all'ospedale, protezione e privilegi. Nell'ovale si legge: "CLEMENTI XIV AECT PIO VI PONT. MAX. QUOD ALTER NOSOCOMII IURA CIVITATI VINDICARIT MDCCLXXI. ALTER AMPLIANDUM INDULSERIT SODALITIUM S.M.MAIORIS TREIEN. GRATI ANIMI. M.P. MDCCXCVII" (45). Per quanto riguarda Clemente XIV, il Benigni nella lettera, già citata, dice: "L'ospedale di Treja ha meritato i più grandi elogi e la protezione speciale della Corte romana, non solo dei delegati pro-tempore della Marca, ma eziandio di quasi tutti i Papi [...]. Fra tutti però si è distinto Clemente XIV, di gloriosa memoria, che lo sostenne contro le aggressioni dei potenti ed ingordi Camerinesi. Questi, con il permesso del papa, fin dal 1756 avevano imposto pesanti tasse alla diocesi di Treja che nel 1770 raggiunsero i 700 scudi circa, per formare nella loro città un magnifico ospedale [...]. Ma, avendo ricorso i Treiesi all'ottimo Pontefice, abolì Egli prontamente l'enunciata tassa con sovrano decreto emanato nel giugno 1771" (46), l'anno appunto che è indicato nell'ovale. Il secondo pontefice, Pio VI, dimostrò grande magmanimità verso i Trejesi, non solo ampliando le competenze assistenziali della confraternita di S. Maria Maggiore, come viene detto nella iscrizione, ma soprattutto restituendo a Montecchio, con Breve del 1790, l'antico nome romano di Treja e il titolo di città (47).

Sulla facciata infine c'è un ultimo ovale contenente il monogramma della Madonna (48).

Per quanto riguarda il nuovo ospedale, deliberato nella seduta del 9 settembre 1793, esso viene costruito nel 1859 nella sede attuale come da progetto dell'archi­tetto Filippo De Mattia con una spesa di scudi 2.247,14 (49).

In merito alle risorse economiche ed ai bilanci della confraternita e dell'ospedale, non si conosce con precisione con quali mezzi all'inizio si facesse fronte per attuare la rilevante assistenza di cui abbiamo parlato. Nello statuto dell' 8 gennaio 1364, al paragrafo 8, si obbliga a ciascun componente di lasciare alla confraternita, in caso di morte, la somma di 10 soldi. Tutti gli altri paragrafi, circa 24, contengono disposi­zioni ed obblighi che i confratelli sono tenuti ad osservare pena una sequela di multe per i trasgressori. Tutto ciò farebbe pensare ad un autofinanziamento (50).

Comunque è certo che, solo dopo il 1400, incominciano a comparire nei documenti lasciti per la confraternita. Si tratta per lo più di testamenti di nobili locali (51). Un dato importante da non sottovalutare è quello concernente il cospicuo patrimonio evidenziato da una perizia richiesta in data 19 aprile 1794 dall'Arcivescovo di Camerino Luigi Amici. Egli infatti comunica alla confra­ternita di S. Maria Maggiore che ritiene opportuno far effettuere una perizia degli 8 terreni di proprietà dello stesso sodalizio perchè, a suo avviso, non renderebbero quanto dovrebbero. Il prelato rileva che nell'ultimo decennio hanno dato un fruttato annuo di circa 145 scudi, mentre avrebbero dovuto fruttarne almeno 200. Suggerisce anche che la differenza potrebbe essere utilizzata per migliorare le condizioni della Compagnia a vantaggio degli infermi e dei poveri [...] (52). La perizia viene affidata ai periti Niccolò Fedeli e Giuseppe Mattei che la consegnano in data 20 maggio 1794 (53). I poderi erano:

1. Conce di stara 64 e canna una

2. Fonte di Acquaticci di stara 41 e canne 17

3. Ponte dell'Ascia " 85 " 2

4. Butinette " 39 " 12

5. Ponte delle Tavole " 97 " 31

6. SS. Crocifisso " 109 " 20

7. Pianazzano " 90 " 17

Tuttavia, anche prima di tale data, nelle varie sedute dal 1744 al 1775, vengono citati altri terreni e case, come le case di Seggiano e di Spinete; i poderi in contrada Potenza con casa nuova e in contrada Chiaravalle, dati in affitto alla famiglia Puccetti di Cingoli (54).

La contabilità è registrata in appositi libri. Esistono registri delle entrate e registri delle uscite. In quello delle entrate a fine di ogni anno finanziario, che va dal 1° luglio al 30 giugno, c'è un riscontro fra entrate e uscite che, dopo il rendiconto del camerlengo o del fattore, pareggiano sempre. Ciò era possibile perchè, in presenza di un avanzo, questo restava nelle mani dei suddetti per le spese dell'anno seguente; in caso di deficit veniva integrato dagli stessi, rifacendosi con le entrate successive. A titolo di esempio si riporta quanto è avvenuto a fine anno finanziario 1759/60: il camerlengo Domenico Didimi deve anticipare per le esigenze di prima necessità e per una tassa imposta a causa del passaggio di truppe straniere scudi 26 e baiocchi 11; inoltre scudi 53 e baiocchi 24 per rimborsare Giuseppe Castellani, precedente camerlengo (55).

Esistono anche registri per le uscite speciali, che riguardano soltanto le spese per le colonie. Non ci sono libri contabili ove si registravano le entrate e le uscite esclusivamente per l'ospedale. Nei libri delle uscite, infatti, troviamo registrate mensilmente le spese per le balie e per l'ospedaliere, mentre tutte le altre spese, comprese quelle per la manutenzione dell'ospedale, sono registrate alla fine dell'anno finanziario con la data del 30 giugno (56).

Dopo il 1772 la contabilità viene regolata meglio da alcune disposizioni contenute in una "tabella". Infatti nelle sedute del 24/25 maggio 1772, alla presenza del Vescovo di Camerino e di tutti i deputati si prendono interessanti risoluzioni. Detta "tabella" potrebbe essere considerata una legge finanziaria vera e propria con tagli alle spese.

Riportiamo soltanto alcune risoluzioni esplicative:

- "per la festa della Venuta (Madonna di Loreto) non si possa spendere più di 3 scudi l'anno;"

- in avvenire non si possano spendere più di 15 scudi l'anno per la cera e che questa non si possa più dare a consumo;

- in avvenire non si facciano più distribuzioni ai sig.ri Fratelli di alcuna sorta e solamente sia lecito dare a chi porta la croce baiocchi 0,5 in denaro o in cera;

- in avvenire il cancelliere (segretario) pro tempore della Compagnia non prenda alcuna ingerenza nei libri dei conti della nostra Compagnia e non si dia più al medesimo alcun emolumento dopo il prossimo futuro mese di giugno.

- resti soppresso adessso per dopo il detto mese la carica di camerlengo esercitata per lo passato da uno dei nostri confratelli coll'emolumento annuale di scudi 10 e baiocchi 50;

- l'amministrazione economica di tutte le entrate di detta compagnia si eserciti dopo il detto mese da un Agente o sia Ministro o sia Fattore estraneo col peso di ritenere i conti in cui dovranno da esso derivarsi le partite, d'invigilare per la retta coltura dei terreni, di esigere e di spendere a norma della "tabella" che dovrà farsi da due nostri confratelli che per tale saranno deputati dall'adunanza e da approvarsi da Mons. Vescovo di Camerino e di render conto ad ogni anno della sua amministrazione.

- A detto agente si paghino annualmente una mercede di scudi 15. Viene eletto a viva voce il sacerdote don Pietro Fraticelli nella carica di fattore. Restano eletti per la Tabella i sig.ri Filippo Acquaticci e Giuseppe Santamaria­bella" (57). Nella Seduta del 13 luglio 1772 si approva la tabella degli adempimenti del fattore in 13 punti (58). Con lettera del 15/7/1772 il vescovo convalida la "tabella" apportando lievi modifiche, come ad esempio "Il compenso dell'Agente deve essere portato da scudi 15 a scudi 20, detraendoli dallo stipendio del cappellano, perchè è cosa conveniente che si detragga una porzione dello stipendio di quell'officiale che fatica meno, aggiungendoli all'altro che fatica di più [...]" (59). Dopo queste e altre risoluzioni e la "tabella", cambia anche l'impostazione della contabilità che diviene un po' più ordinata e chiara.

A conclusione di questo breve escursus storico, riguardante l'ospedale di Treja nella seconda metà del XVIII secolo, una considerazione può essere fatta e cioè che anche in una località di piccole dimensioni, qual era Treja, è stato possibile evidenziare l'esistenza di una efficace organizzazione sociale frutto degli stretti legami tra il potere centrale e il potere locale. Questo, è stato quasi sempre nelle mani della nobiltà, desiderosa di accrescere privilegi alla città e a se stessa. Comunque i documenti relativi alla vita dell'ospedale evidenziano costantemente un interessamento della classe dirigente per una continua funzionalità di questa antica istituzione treiese, che proprio nello scorcio di secolo preso in considerazione si integra nella mentalità collettiva, tutt'oggi ancora presente.


NOTE


1. Nome della località fino al 1790, anno in ciu Pio VI le restituì l'antico nome di Treja.

2. Cfr. A. DE MATTIA, De ecclesia Treiensi-Commentarius Historicus, Cingoli 1901.

3. M. MELONI, Treja e i Papi, Macerata 1892, p. XX, n. 52

4. A. DE MATTIA, Op. cit., p. 274

5. TREJA-ACCADEMIA GEORGICA-Archivio Storico (d'ora in poi TREJA-A.G.-A.S.), Statuti della confraternita di S. Maria Maggiore di Montecchio, anno 1364.


6. Dal prologo dello Statuto

7. Appendice allo Statuto, 24 giugno 1389

8. TREJA-A.G.-A.S., Sezione bolle e brevi, Breve di Pio V del 23 ottobre 1567. (Dal Breve di Pio V): illisque perpetuae et inviolabile firmitates robur adjecimus. Il breve di Pio V è stato pubblicato dal De Mattia in op. cit., Appendice Monumentaria, pp. LXX - LXXVI.

9. TREJA-A.G.-A.S., ex Archivio ospedale, b.n.139, fasc.s.n., dispaccio prefettizio n. 199987 del 18 ottobre 1814.

10. E' interessante rilevare che le stesse argomenta­zioni del Benigni verranno utilizzate nel 1969 dall'allora Amministrazione dell'ospedale per la classificazione del nosocomio come Ente Ospeda­liero (Decreto del Presidente della Repubblica del 26.11.1969, n. 1283).

11. TREJA-A.G.-A.S., ex Archivio ospedale, b.n.139, fasc.s.n., delibera della Congregazione di Carità del 31 ottobre 1814, prot. n. 300/296.

12. TREJA-A.G.-A.S., ex Archivio ospedale, Liber adu­nantiorum Venerabilis Societatis Sanctae Mariae Majoris Treiae, ab anno 1765 usque ad annum 1808, pp. 25, 39, 75.

13. Dal citato Breve di Pio V: Et quia prout eccepe­ramus, numerus confratrum confraternitatis huju­smodi tunc erat exiguus, utpote ad Triginta non ascendens [...] quot Venerabilis fratrer, et pro tempore existens Episcopus Camerinensis, recipien­dos et admittendos duceret recipi et admitti pos­sent [...].

14. TREJA-A.G.-A.S., ex Archivio ospedale, Liber adu­nantiorum, cit. p.75

15. Liber adunantiorum, cit. p. 78.

16. Dal citato Breve di Pio V.

17. Dai verbali delle adunanze tratti dal Liber adu­nantiorum, cit. Da rilevare che a Montecchio, ol­tre all'attività agricola, era abbastanza fiorente anche quella tessile svolta presso alcune filande private del luogo.

18. TREJA-A.G.-A.S., ex Archivio ospedale, Libro dell'uscita della Ven.le Compagnia di S. Maria Maggiore di Montecchio principiato il 1° luglio 1744 fino al 1770, anno finanziario 1759/1760, pp. 177-186.

19. Libro dell'uscita, cit., pp.177-186. In questo libro è anche presente una "nota delle balie, alle quali sono stati consegnati e si consegneranno in avvenire gli esposti, vedi in fine di questo li­bro, cioè nelle ultime 10 carte".

20. Libro dell'uscita, cit., pp. 177-186

21. TREJA-A.G.-A.S., ex Archivio ospedale, Libro delle balie dal 1793 al 1809.

22. TREJA-A.G.-A.S., ex Archivio ospedale, Quesiti sullo stato degli istituti (Esposti e ospedale), b.n.139, fasc. V, anno 1809.

23. Nella facciata del palazzo dell'antico ospedale di Treja è ancora visibile la porticina dei trova­telli sormontata dall'iscrizione Praesidium Paupe­rum, Foto n. 1

24. TREJA-A.G.-A.S., ex Archivio ospedale, Piano che si propone il miglior sistema e il perpetuo stabi­limento degli Ospedali e dei proietti, infermi e pellegrini eretti e mantenuti dalla Ven.le confra­ternita di S. Maria Maggiore di Montecchio da quasi due secoli prima di Pio V P.M. e da esso con bolla imperiale confermati, b. 139, fasc. IV.

25. TREJA-A.G.-A.S., ex Archivio ospedale, b.n. 139, fasc. IV.

26. TREJA-A.G.-A.S., ex Archivio ospedale, Decreto Valerio, 24 ottobre 1860, n. 142. Cfr. Delibera della Congregazione di Carità del 15.12.1884 per la trasformazione delle Opere Pie: ospedale - Case Pie. Premessa: cenni storici

27. Quesiti, cit., 1809.

28. TREJA-A.G.-A.S., ex Archivio ospedale, Inventari del 30 ottobre 1753 e del 12 ottobre 1765, b.n. 19, fasc. Miscellanee.

29. Inventari, cit.

30. Archivio di Stato di Macerata, Fondo del Governa­tore della Marca, vol. 324, f. 23 del 22.03.1755, f. 75 del 02.08.1755, f. 212 del 29.10.1757.

31. Liber adunantiorum, cit, p. 5.

32. Tale situazione si protrarrà addirittura fino al 1940, quando l'ospedale assumerà il suo primo chi­rurgo nella persona del dott. Remo Appignanesi.

33. Liber adunantiorum, cit, p. 30, Foto n. 2

34. Ibidem, p. 40.

35. Ibidem, p. 82.

36. Ibidem, p. 84.

37. Ibidem, p. 87.

38. Ibidem, p. 92.

39. Ibidem, p. 98.

40. Ibidem.

41. Ibidem, p. 89. Raccolta di relazioni su Monte di Pietà e Monti frumentari, fasc. XIII, Stati di pubblica beneficenza (1809-1818). In questa si trova una relazione di Filippo Teloni camerlengo della confraternita del SS. Sacramento in cui è detto che il Monte di Pietà di Treja si trovava in una camera del piano terreno di questo ospedale civico.

42. Vedi nota n. 23.

43. Vedi nota n. 3 e foto 3 - 4.

44. vedi foto 2

45. A Clemente XIV e parimenti a Pio VI, Pontefici Massimi, poiché l'uno garantì alla cittadinanza i diritti dell'ospedale nel 1771 e l'altro permise che venissero ampliate le competenze assistenziali del sodalizio di S. Maria Maggiore. I Trejesi con animo riconoscente e memori Posero, 1797. Foto n. 5.

46. Vedi nota n. 11.

47. TREJA-A.G.-A.S., Sezione bolle e brevi, Bolla di Pio VI del 2.7.1790.

48. M. MELONI, op. cit., p. XXII. Foto n. 6.

49. TREJA-A.G.-A.S., ex Archivio ospedale, atto nota­rile del 2.9.1859, rogito da Giuseppe Gasparri.

50. Dallo Statuto della confraternita di S. Maria Maggiore.

51. A. De Mattia, op. cit., Appendice Monumentaria, pp. XVIII - XXVIII.

52. TREJA-A.G.-A.S., ex Archivio ospedale, b.139, fasc.III, Lettera dell'Arc. di Camerino Mons. Luigi Amici.

53. Ibidem, Stima dei fondi rustici dell'ospedale di S. Maria Maggiore.

54. Liber adunantiorum, cit., 12.08.1775, p.37.

55. Libro dell'uscita, cit.

56. Ibidem.

57. Liber adunantiorum, cit., p.24.

58. Ibidem, p.26

59. TREJA-A.G.-A.S., ex Archivio ospedale, b.n.139, fasc.s.n., Lettera dell'Arc. di Camerino.